45) Revel. Giornali e menzogne.
In questa lettura vi sono due elementi importanti. Il primo, a
conferma dell'impressione di tanti dissidenti russi degli anni
Settanta giunti in Occidente, consiste nell'ammettere un apparente
paradosso: i meglio informati (gli occidentali) capiscono di meno.
Il secondo consiste nel constatare l'importanza decisiva che diamo
normalmente alle opinioni di chi scrive e non al rispetto che egli
ha verso la verit dei fatti.
J.-F. Revel, La connaissance inutile [La conoscenza inutile,
1988].

 Quando una professione, che ha la sua ragion d'essere nel saper
ascoltare l'opinione pubblica e nel saperle parlare, si isola
tanto dall'opinione pubblica del suo paese quanto da quella del
paese liberato, oggetto della polemica, ci significa che essa si
 rinchiusa in una sorta di autismo tribale poco compatibile con
le esigenze della sua missione. L'autismo, per chi ne soffre,  la
polarizzazione di tutta la vita mentale sul proprio mondo
interiore e la perdita di contatto con il mondo esteriore. Per
dei professionisti il cui mestiere  quello di osservare il mondo
esterno,  un fatto assai increscioso. Da dove viene il male?
Ancora e sempre dal fatto che i giornalisti sono troppo presi
dalla preoccupazione non di ci che , ma di ci che  necessario
dimostrare. E in questo capitolo, lo ripeto per l'ennesima volta,
non mi riferisco altro che ai paesi dove la stampa  libera. Degli
altri  superfluo parlare. Ma appunto,  interessante esaminare
quale uso fa l'uomo della libert, quando ce l'ha, e anche - 
appunto il tema di questo libro - quale uso fa della facolt di
sapere e di dire quello che sa. A proposito dei paesi in cui
imperversa la censura, ho spesso notato un paradosso: il cittadino
comune e soprattutto l'intellettuale, su molti aspetti dei
problemi del mondo, sono meglio informati di quelli delle nazioni
libere, perch resi pi abili dall'ostacolo stesso della censura e
quindi tanto pi capaci di separare il falso dal vero e di
riconoscere l'informazione autentica quanto pi ne sono privati.
Lungi da me l'idea di sostenere che i governi, anche quelli
democratici, abbiano sempre ragione e facciano solo cose buone. La
stampa li attacca spesso assai giustamente. Sottolineo solo
l'atteggiamento caricaturale e puerile di una stampa che giudica
indegno tutto ci che non consiste nell'attacco contro il potere
politico e contro ogni potere stabilito. Beninteso, i governi si
sforzano di impedire la diffusione di notizie che sono loro
sfavorevoli e di amplificare quelle che tornano a loro vantaggio.
Beninteso, la ragione d'essere della stampa  quella di
ristabilire l'equilibrio e di far conoscere ci che i governi (ma
anche i partiti di opposizione, per ci che li riguarda)
desidererebbero lasciare nell'ombra. Ma questo ruolo della stampa
 valido solo se poggia sul rispetto scrupoloso dell'informazione.
Ora, i giornali che la rispettano, in ogni democrazia, sono pochi,
come pochi sono i paesi che rispettano la democrazia. Negli altri
casi, i pi numerosi, la stampa non fa da contrappeso o da
antidoto alla disonest politica: ne fa parte e costituisce uno
dei principali strumenti di essa. Quando, durante una
conversazione, passiamo in rassegna i giornali e i media del paese
dove ci troviamo, noi, senza che vi sia una vera contestazione, li
dividiamo spontaneamente in favorevoli e sfavorevoli a quella
corrente politica, a quell'ambiente finanziario, culturale,
religioso, razziale o sessuale. Nella valutazione che diamo di
essi, non  quasi mai la qualit della loro informazione che
costituisce il criterio decisivo. D'altronde, l'informazione  il
pi delle volte interpretata non per se stessa, per la sua verit
o falsit, ma come il segno di un'opinione. Pubblicare la tale
informazione mostra che si ha la tale opinione. Che sia vera o no,
 secondario.
J.-F. Revel, La conoscenza inutile, Longanesi, Milano, 1989,
pagine 271-272.
